La Trasfigurazione di Raffaello: storia dell’ultima opera

Il 6 aprile 1520, giorno del suo trentasettesimo compleanno, Raffaello Sanzio morì improvvisamente a Roma, stroncato da una febbre violenta che lo colse nel pieno della sua maturità artistica. Secondo la testimonianza dello storico Giorgio Vasari, il dipinto a cui l’artista stava lavorando in quei giorni fu posto ai piedi del suo letto di morte durante la veglia funebre, un’immagine potentissima che da sola racconta l’importanza simbolica attribuita fin da subito a quest’opera.

La Trasfigurazione, l’ultima creazione di Raffaello, rimasta incompiuta al momento della sua scomparsa, rappresenta un vero e proprio testamento artistico e spirituale. Commissionata dal cardinale Giulio de’ Medici, futuro Papa Clemente VII, come pala d’altare destinata alla cattedrale di Narbona in Francia, l’opera non lasciò mai l’Italia, trovando invece collocazione permanente nella Pinacoteca Vaticana, dove è tuttora conservata.

In questo articolo ripercorriamo la genesi di quest’opera straordinaria, il suo complesso significato teologico articolato su due registri narrativi paralleli, e le circostanze che ne hanno fatto uno dei dipinti più studiati e discussi dell’intero Rinascimento italiano.

La genesi dell’opera e la sfida con Sebastiano del Piombo

La commissione della Trasfigurazione si inserisce in un contesto di rivalità artistica particolarmente significativo per la storia dell’arte del primo Cinquecento. Il cardinale Giulio de’ Medici, infatti, commissionò contemporaneamente a Raffaello e al pittore veneziano Sebastiano del Piombo due opere di soggetto religioso destinate entrambe alla stessa cattedrale francese, dando vita a una sorta di confronto diretto tra i due artisti, sostenuto anche dall’influenza di Michelangelo, che forniva consigli e disegni preparatori a Sebastiano in aperta competizione con il più giovane rivale urbinate.

Sebastiano del Piombo realizzò la Resurrezione di Lazzaro, oggi conservata alla National Gallery di Londra, mentre Raffaello si dedicò alla Trasfigurazione con un impegno che gli storici dell’arte considerano straordinario anche per gli standard elevatissimi della sua produzione. Questa competizione, per quanto non dichiarata ufficialmente, spinse entrambi gli artisti verso risultati di eccezionale ambizione compositiva, testimoniando quanto la rivalità artistica potesse costituire, nel Rinascimento, uno stimolo creativo tanto potente quanto la committenza stessa.

Raffaello lavorò all’opera negli ultimi anni della propria vita, tra il 1516 e il 1520, parallelamente a numerosi altri impegni che lo vedevano ormai a capo di una fiorente bottega e responsabile, tra gli altri incarichi, della direzione dei lavori della nuova Basilica di San Pietro dopo la morte di Bramante. Questa mole di responsabilità professionali contribuisce a spiegare perché l’opera, nonostante gli anni di lavorazione, non fosse ancora completamente terminata al momento della morte improvvisa dell’artista.

Secondo la testimonianza di Vasari, la parte inferiore del dipinto sarebbe stata completata dall’allievo prediletto di Raffaello, Giulio Romano, sulla base dei disegni e delle indicazioni lasciate dal maestro, sebbene il dibattito su quali porzioni esatte dell’opera siano attribuibili direttamente a Raffaello e quali invece alla sua bottega resti tuttora aperto tra gli storici dell’arte specializzati nello studio della sua produzione tarda.

Le analisi diagnostiche condotte sull’opera nel corso del Novecento, comprese le indagini radiografiche e riflettografiche, hanno permesso di individuare numerosi pentimenti e correzioni compositive, a testimonianza di quanto Raffaello lavorasse e rilavorasse costantemente la propria composizione, anche in età matura, alla ricerca di un equilibrio visivo che evidentemente considerava ancora perfezionabile. Questi studi hanno inoltre confermato che le figure della parte superiore, quelle più direttamente riconducibili alla mano di Raffaello, presentano una qualità pittorica nettamente superiore rispetto ad alcune porzioni della scena inferiore, dettaglio che avvalora l’ipotesi di un intervento della bottega nella fase conclusiva dei lavori.

Il significato teologico dei due registri narrativi

La caratteristica più distintiva e discussa della Trasfigurazione riguarda la sua struttura compositiva su due livelli narrativi paralleli, un espediente che rappresentò all’epoca una soluzione compositiva assolutamente innovativa rispetto alla tradizione iconografica consolidata di questo soggetto religioso.

Nella parte superiore del dipinto, Raffaello raffigura l’episodio evangelico della Trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor, descritto nei Vangeli sinottici: Gesù appare sospeso in una luce accecante, affiancato dalle figure di Mosè ed Elia, mentre ai piedi del monte tre apostoli – Pietro, Giacomo e Giovanni – giacciono a terra, abbagliati e sopraffatti dalla visione soprannaturale a cui stanno assistendo.

Nella parte inferiore della composizione, Raffaello inserisce invece un episodio narrativamente distinto ma teologicamente connesso: la guarigione del ragazzo indemoniato, anch’esso narrato nei Vangeli immediatamente dopo l’episodio della Trasfigurazione. Un gruppo concitato di apostoli, familiari del ragazzo e astanti si agita in un turbinio di gesti drammatici, mentre il giovane posseduto, con gli occhi stravolti, viene sorretto dal padre disperato in cerca di aiuto.

Questa giustapposizione tra i due episodi non è casuale, ma veicola un messaggio teologico preciso: il contrasto tra la luce divina della rivelazione celeste e il caos doloroso della condizione umana terrena, unificati dalla presenza salvifica di Cristo, capace di intervenire tanto nella dimensione trascendente quanto in quella più concretamente umana e sofferente. Alcuni storici dell’arte hanno letto in questa dualità anche un riferimento più ampio alla condizione della Chiesa del tempo, attraversata da tensioni e crisi che di lì a poco sarebbero esplose con la Riforma protestante.

La composizione piramidale della scena inferiore, con le braccia e gli sguardi dei personaggi che convergono verso il ragazzo malato, crea un dinamismo visivo fortemente innovativo, che alcuni studiosi considerano un precursore diretto delle soluzioni compositive che sarebbero poi state pienamente sviluppate dal Barocco, ben oltre l’epoca di Raffaello.

L’eredità dell’opera e la sua fortuna critica

La Trasfigurazione esercitò un’influenza determinante sulla pittura successiva, contribuendo in modo significativo alla nascita di quello stile che gli storici dell’arte definiscono Manierismo, caratterizzato da figure allungate, composizioni complesse e un’accentuata tensione emotiva rispetto alla compostezza classica del pieno Rinascimento. La parte inferiore del dipinto, con il suo affollamento drammatico di figure e gesti concitati, è considerata da molti critici uno dei punti di partenza fondamentali di questa nuova sensibilità artistica.

Dopo la morte di Raffaello, l’opera non venne mai spedita a Narbona come originariamente previsto, ma rimase a Roma, dove fu esposta per lungo tempo nella chiesa di San Pietro in Montorio. Solo nel 1797, durante le requisizioni napoleoniche che portarono in Francia numerose opere d’arte italiane, la Trasfigurazione fu trasferita temporaneamente a Parigi, per poi fare ritorno in Italia nel 1815 dopo la caduta di Napoleone, trovando infine collocazione definitiva nella Pinacoteca Vaticana, dove è tuttora conservata ed esposta al pubblico.

Numerosi critici e artisti dei secoli successivi hanno considerato la Trasfigurazione il capolavoro assoluto di Raffaello, un giudizio che pure non è stato unanime nel corso dei secoli: alcuni storici dell’arte ottocenteschi criticarono proprio la scelta di dividere la composizione in due registri narrativi distinti, ritenendola una soluzione meno unitaria e armoniosa rispetto ad altre opere del maestro urbinate, come la Scuola di Atene o le celebri Madonne della sua produzione giovanile e matura.

Al di là dei giudizi critici, resta indiscutibile il valore storico e simbolico di quest’opera, realizzata negli ultimi anni di vita dell’artista e capace di anticipare, con la sua tensione drammatica e la sua complessità compositiva, alcune delle direzioni che l’arte italiana avrebbe intrapreso nei decenni immediatamente successivi alla morte di Raffaello.

Domande frequenti

Quando morì Raffaello e cosa stava dipingendo? Raffaello morì il 6 aprile 1520 a Roma, mentre lavorava alla Trasfigurazione, che rimase incompiuta e fu posta ai piedi del suo letto durante la veglia funebre.

Chi completò la parte inferiore della Trasfigurazione? Secondo Giorgio Vasari, fu l’allievo Giulio Romano a completare alcune parti dell’opera seguendo le indicazioni lasciate da Raffaello.

Perché la Trasfigurazione ha due scene diverse nello stesso dipinto? Rappresenta simultaneamente la Trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor e la guarigione del ragazzo indemoniato, contrapponendo luce divina e sofferenza umana.

Con chi era in competizione Raffaello per questa commissione? Con Sebastiano del Piombo, che dipinse la Resurrezione di Lazzaro per la stessa cattedrale di Narbona, con il supporto artistico di Michelangelo.

Dove si trova oggi la Trasfigurazione di Raffaello? Nella Pinacoteca Vaticana, dopo un periodo di esposizione a San Pietro in Montorio e un trasferimento temporaneo a Parigi durante l’epoca napoleonica.

La Trasfigurazione arrivò mai a Narbona come previsto? No, l’opera non lasciò mai l’Italia nonostante fosse stata commissionata per la cattedrale francese di Narbona.

Che influenza ebbe la Trasfigurazione sull’arte successiva? Contribuì alla nascita del Manierismo, grazie alla composizione drammatica e alla tensione emotiva della scena inferiore del dipinto.

Conclusione

La Trasfigurazione rappresenta il testamento artistico di uno dei più grandi maestri del Rinascimento italiano, un’opera che riesce a fondere ambizione compositiva, profondità teologica e straordinaria intensità emotiva proprio negli ultimi mesi della vita del suo autore. La sua struttura innovativa su due registri narrativi paralleli anticipò sviluppi stilistici che avrebbero attraversato l’arte italiana per i decenni successivi.

Con il progredire degli studi sulla bottega di Raffaello e sulle tecniche di attribuzione basate su analisi diagnostiche sempre più sofisticate, è probabile che nei prossimi anni si possa definire con maggiore precisione il contributo esatto di Giulio Romano e degli altri allievi nella realizzazione delle parti rimaste incompiute. Nel frattempo, la Trasfigurazione continua a essere celebrata come l’ultimo, straordinario capolavoro di un artista capace di ridefinire, fino all’ultimo respiro, i confini stessi della pittura rinascimentale.