Lavoro in nero 2017: tra non retribuito e illegalità l’Italia guida la classifica in Europa

lavoro in nero

Doveva essere uno dei cavalli di battaglia del Governo Renzi, ovvero la lotta al lavoro in nero e all’evasione fiscale, cosa che però non ha dato assolutamente frutti, e non a causa della caduta dell’ex Premier, bensì perché nonostante gli sforzi il sommerso del lavoro in nero in Italia è talmente tanto grande e radicata da far impallidire il resto d’Europa.

Si parla di un giro di affari sommerso pari a circa 77 miliardi, tutti soldi naturalmente non tassati che servirebbero non poco al nostro Paese. Inoltre, come se ciò non bastasse, coloro che guadagnano in nero percepiscono le agevolazioni fiscali quali la disoccupazione, l’esonero dal tk medico, l’abbonamento per i mezzi pubblici ridottissimo ecc., tutte prestazioni di cui fa sicuramente abuso ognuno che guadagna senza dichiararlo.

Mancano allo Stato 36,9 miliardi a causa del lavoro non retribuito

36,9 miliardi di euro è quanto manca allo stato in virtù del lavoro nero, che finché è effettuato da professionisti non lede nessuno, ma che dire quando a farlo sono altri cittadini italiani a cui è negata la pensione la malattia, le ferie ecc., e che dire, inoltre, se a essere sfruttati sono i poveri immigrati, che vivendo quasi in strada si accontentano di ogni tipo di retribuzione lavorativa? Di certo se l’immigrato prende il lavoro di qualcun’altro la colpa non può essere dell’immigrato, bensì del datore di lavoro, che si muove sfruttando la tragedia psicologica dei migranti, muovendola in suo favore e contro sia il migrante che il cittadino italiano che viene così esautorato dalla compagine lavorativa. Sicuramente un brutto giro dove il Governo dovrebbe intervenire aumentando in maniera massiccia i controlli per porre fine a quella che non è nient’altro che una nuova forma di servitù.

Lavoro femminile: Italia ai livelli dei Pesi Africani

Se spostiamo l’attenzione sui Paesi del Medio Oriente e in quelli del Nordafrica, possiamo notare come la condizione delle lavoratrici italiane non sia molto diversa da quella delle lavoratrici dei Paesi islamici, dove, come si sa, la donna ha pochissimi impieghi lavorativi e pochissime mansioni considerate adatte al gentil sesso.

Inoltre la retribuzione media femminile e più bassa di quella maschile, in un’ottica che è stata ormai abbandonata da tempo da quasi tutti i Paesi europei, a esclusione del Portogallo e della Grecia, che purtroppo vivono ormai da diversi anni un vero e  proprio dramma economico.

Risultano invece essere all’avanguardia in questo campo la Danimarca, il Canada, la Nuova Zelanda, il Regno Unito, l’Australia e la Norvegia, che vedono ormai da tempo le donne come punto di forza nella compagine lavorativa e non come anello debole della società. Da questi Paesi occorrerebbe prendere esempio non solo per quanto riguarda la legislazione ma anche e soprattutto per l’opinione che hanno del sesso femminile.